L’ Azienda Agricola Felline si fa ambasciatrice di un nuovo modo di intendere il vino pugliese: non più prodotto indistinto destinato ai grandi volumi, ma espressione raffinata di un territorio unico.
Il Primitivo di Manduria ha, quindi, trovato una nuova voce, che profuma di sud, di mare e di terra antica.
Un protagonista capace di dialogare con un pubblico internazionale sempre più attento alla qualità e all’identità.
Una rivoluzione silenziosa: dalla massa all’eccellenza
Per comprendere la portata di questa trasformazione bisogna tornare indietro nel tempo, quando la Puglia rappresentava una sorta di “serbatoio vinicolo” d’Europa. In quegli anni, milioni di litri di vino partivano verso Francia e Nord Italia per arricchire, rinforzare, completare. Il Primitivo, oggi celebrato, era allora uno strumento tecnico: colore, alcol, struttura.
Il cambiamento arriva con Gregory Perrucci, esponente delle terza generazione, figura chiave di questa evoluzione.
La sua visione rompe con il passato in modo netto: ridurre drasticamente la produzione per concentrarsi su qualità, identità e controllo totale della filiera. Una scelta controcorrente, quasi radicale, che ha portato l’azienda a passare da una logica industriale a una artigianale, fondata sulla cura del dettaglio.
I vigneti diventano così il vero cuore del progetto: circa 120-150 ettari coltivati direttamente, senza ricorrere a uve esterne. Anche la cantina cambia volto, trasformandosi da centro logistico a spazio di sperimentazione, dove legni pregiati e tecniche di affinamento mirate sostituiscono le grandi masse anonime del passato.
Il vino come scienza: la rivoluzione dei cru
Uno degli aspetti più innovativi del lavoro di Felline è l’approccio scientifico allo studio del territorio. Grazie all’Accademia dei Racemi, fondata negli anni ’90, è stato introdotto in Puglia il concetto di zonazione: un’analisi sistematica dei suoli e del loro impatto sul comportamento della vite.
Il risultato è la definizione di quattro diversi “cru” del Primitivo di Manduria, ognuno con caratteristiche pedologiche e sensoriali uniche.
Terra Rossa, probabilmente la più iconica, è ricca di ossidi di ferro e poggia su substrati calcarei. Si riscalda rapidamente, favorendo maturazioni precoci. I vini che ne derivano sono generosi, con profumi di ciliegia matura, struttura avvolgente e tannini vellutati.
Terra Bianca, dominata dal calcare affiorante, funziona come una riserva naturale di umidità. Qui le radici scavano tra le rocce, assorbendo acqua anche nei periodi più secchi. Il risultato è un vino più fine, elegante, con note balsamiche e una freschezza sorprendente.
Terra Nera, di origine alluvionale, è ricca di sostanza organica. Questo porta a una maggiore vigoria della pianta e a maturazioni più lente. I vini sono profondi, complessi, con sentori speziati, di pepe e cuoio, e una struttura importante.
Infine, le sabbie costiere, a pochi passi dal mare. Qui la vite vive in condizioni estreme: radici superficiali, salinità elevata, vento costante. Eppure, proprio da questa difficoltà nascono vini straordinari, caratterizzati da una freschezza inattesa e da una mineralità marina che li rende unici.
Questa diversità impone un lavoro meticoloso: ogni parcella viene vendemmiata separatamente, con tempi che possono differire anche di settimane. Il vino non è più un blend indistinto, ma un mosaico di identità.
Primitivo e Zinfandel: una storia globale
Il lavoro di ricerca condotto da Felline ha avuto anche un respiro internazionale, soprattutto per quanto riguarda il legame tra il Primitivo e lo Zinfandel. Studi genetici hanno confermato che si tratta della stessa varietà, originaria della Dalmazia, ma evolutasi in contesti diversi.
Questa scoperta ha aperto un dialogo tra Puglia e California, mostrando come il terroir possa influenzare profondamente il carattere del vino. In California, lo Zinfandel si esprime con grappoli compatti e vini opulenti; in Puglia, il Primitivo mantiene una struttura più ariosa, frutto di un adattamento secolare al clima umido e ventoso.
Felline ha persino sperimentato il “ritorno a casa” del vitigno, reintroducendo cloni californiani a Manduria per studiarne il comportamento. Un progetto che dimostra quanto il vino possa essere anche ricerca, confronto, evoluzione.
Il recupero delle radici: il caso del Susumaniello
Accanto al Primitivo, un altro protagonista della rinascita pugliese è il Susumaniello. Negli anni ’90 era quasi scomparso, considerato poco produttivo e quindi economicamente poco interessante.
Felline ha ribaltato questa percezione, trasformando la sua bassa resa in un punto di forza. Il risultato è un vino concentrato, elegante, capace di esprimere una grande profondità aromatica.
Anche il nome del vitigno è oggetto di reinterpretazione: non più legato all’immagine del “somaro”, ma connesso alla figura mitologica di Summanus, divinità dei lampi notturni. Una lettura che restituisce dignità e fascino a questa varietà antica.
Vino e letteratura: il fascino di Edmond Dantès
Tra i progetti più affascinanti di Felline c’è quello dedicato a Edmond Dantès. Non si tratta solo di uno spumante, ma di un racconto liquido che intreccia storia e immaginazione.
Il vino nasce da uve selezionate e matura a lungo sui lieviti, dando vita a una bollicina raffinata e complessa. Ma ciò che lo rende unico è il legame con il Castello Aragonese di Taranto, luogo reale che ha ispirato le vicende del celebre romanzo.
La bottiglia stessa diventa narrazione: i segni incisi sull’etichetta evocano i giorni di prigionia, trasformando il vino in simbolo di resistenza e rinascita.
Il futuro del Primitivo di Manduria
Oggi il Primitivo di Manduria rappresenta una delle espressioni più interessanti del panorama enologico italiano. Non più vino da taglio, ma simbolo di una regione che ha saputo reinventarsi.
La Puglia si presenta così al mondo: autentica ma moderna, radicata nella tradizione ma aperta alla ricerca. E in questo equilibrio tra passato e futuro sta la forza di un vino che, finalmente, racconta sé stesso.
A.R.


Il vino come scienza: la rivoluzione dei cru
