Raffaele Moccia l’ultimo “vutecaro” di Agnano

Raffaele Moccia l’ultimo “vutecaro” di Agnano

Raffaele Moccia

Raffaele Moccia, 56 anni, la cui famiglia da 150 anni coltiva la vigna “Agnanum” poco distante dal centro di Napoli, coadiuvato dal figlio Gennaro ha cominciato con 5 ettari per poi arrivare a 10 ettari e mezzo.

 

L’azienda di Raffaele rientra tra le vigne metropolitane di Napoli che permettono alla città di detenere il secondo posto, dopo Vienna, nella classifica europea delle metropoli con la maggiore estensione di vigneti.

«Siamo fortunati perché la nostra è una terra vulcanica. Da noi il vulcano si tocca con mano. Oltre alla vite alleviamo polli per rivenderli cotti allo spiedo con la legna nella Capannina Rossa di Agnano, dove produciamo due linee di polli allo spiedo: una da 1,3 kg che vengono forniti da chi segue un disciplinare dettato da noi; l’altra, chiamata “cresta del bosco”, che arriva a 2 kg e viene venduta solo su prenotazione. Tutti i polli vengono allevati liberi nei capannoni. Contiamo di raggiungere presto l’autosufficienza nell’approvvigionamento della materia prima. Il settore è solo lo 0,5% della nostra azienda agricola. Alleviamo contemporaneamente circa 1000 polli dal pulcino fino all’età di 4 o 5 mesi, veri polli ruspanti allevati in piccoli pollai recintati nel bosco adiacente la vigna. Sono di una razza rustica particolarmente indicata per gli allevamenti a terra essendo anche più resistente rispetto alle altre razze.

La nostra azienda confina per tutta la lunghezza con il bosco degli Astroni le cui mura risalgono al 1465 e sono opera di Alfonso D’Aragona. Utilizzato come riserva di caccia dai Borboni, due anni fa fu interessato da un vasto incendio che distrusse più di un terzo dell’intera oasi WWF.
Solo l’accurata pulizia cui sottoponiamo il nostro podere ha evitato il propagarsi del fuoco.
Ho 20 pecore che brucando sotto i filari e aiutano a tenere pulita in modo naturale la vigna. Il WWF in segno di gratitudine ha dislocato 25 volontari per il lavoro della vendemmia.

Ho ricomposto quello che era il terreno di famiglia e sto cercando di salvaguardare tutto ciò che c’è di storico come la “vite gelsomina” a bacca bianca che era molto di moda tra l’Ottocento ed il Novecento per l’utilizzo in uvaggi con la Falanghina ed altre varietà storiche come “Caprettone” e “Catalanesca”.
Per condurre questi terreni si devono portare avanti pratiche agronomiche, quali creare degli incavi per smaltire l’eccesso d’acqua: si tratta di vere piccole opere di ingegneria idraulica perché altrimenti i terrazzamenti non riuscirebbero a ricevere un’irrigazione naturale adeguata.Raffaele Moccia l’ultimo “vutecaro” di Agnano

Le tecniche dai noi adoperate si tramandano da padre in figlio e non basta avere personale esterno. Poiché l’unico attrezzo di cui ci avvaliamo è l’intramontabile zappa a mano, i terreni limitrofi analoghi ai nostri vengono sempre più spesso abbandonati.
Mi reputo uno degli ultimi “vutecari”, che sono una sorta di ingegneri della vigna, specializzati nel progettare, costruire e manutenere le terrazze vitate in questo areale con esigenze specifiche dettate dalla natura del suolo costituito in superficie da un alto strato di cenere, quindi molto friabile e polveroso. “vutecaro” prende origine da “vuteca”, come viene chiamata la parte centrale della “curva” degli stretti terrazzamenti.
Solo in prossimità del mare vi sono terrazzamenti diritti che consentono l’utilizzo di macchine agricole, da noi ciò non è possibile a causa dell’andamento curvilineo.
Avendo ereditato dai nostri avi tale tipologia di terrazzamenti abbiamo scelto di non alterarne la forma, per dimostrare a noi stessi le capacità manuali insite nell’uomo moderno come in quello antico. Per tale lavoro occorre occhio perché quando si sposta il terreno bisogna sapere dove posizionarlo perché se si altera la pendenza, le successive piogge causeranno uno scioglimento non auspicabile del terreno.

Raffaele Moccia l’ultimo “vutecaro” di Agnano

la conca vulcanica di Agnano

Occorre essere consapevoli che tale viticoltura è quella di altri tempi io per esempio sto ristrutturando i tutori eliminando quelli in cemento per sostituirli con quelli in legno a vantaggio della qualità dei vini che diventano unici. I sapori di tali nettari che solo i Campi Flegrei possono produrre, possono piacere o meno, ma sono unici.
I vini che produciamo sono due DOC e due IGT: “Agnanum piedirosso Campi Flegrei” DOC; “Agnanum Falanghina Campi Flegrei” DOC; “Agnanum Piedirosso Sabbia Vulcanica IGT; “Agnanum Falanghina Sabbia Vulcanica” IGT.
La produzione dipende dall’annata: in media dalle 3 alle 6 mila bottiglie di piedirosso e 10 mila per la Falanghina, mentre nel caso degli IGT da 4 a 5 mila.
Il rispetto del territorio è il nostro credo. Chi si avvicina al mondo agricolo è portato ad abusare del territorio per agevolare il lavoro. Il vino che produciamo è lo stesso degli antichi romani e ne ha la medesima genealogia perché non abbiamo variato i metodi di produzione tranne l’apporto di una maggiore igiene nelle fasi di produzione senza mai abusare del territorio».
L’azienda ha ricevuto vari riconoscimenti quali: tre bicchieri della guida Gambero Rosso, è inserita nelle guide Slow Food, Veronelli e Mangia e Bevi de “Il Mattino”.

Quali progetti per il futuro?

«Far degustare direttamente in vigna i nostri vini. Per il momento mi occupo di mettere a regime ciò che ho seguendo i consigli di mio padre Gennaro che è sulla soglia degli 89 anni».

Harry di Prisco

Print Friendly, PDF & Email
By | 2019-03-14T07:02:58+00:00 Marzo 2019|I luoghi del bere, News|