La chef Alice Caporicci elimina il menù degustazione per restituire libertà ai clienti e valorizzare l’autenticità del tartufo di Trevi.

Nel cuore pulsante dell’Umbria, dove il paesaggio di Trevi si fonde con una tradizione gastronomica secolare, si sta consumando una piccola, grande rivoluzione silenziosa. La Cucina di San Pietro a Pettine ha deciso di voltare pagina, inaugurando un nuovo capitolo della propria identità. La novità più dirompente? L’abolizione totale del menù degustazione, una scelta controtendenza che mira a restituire libertà e centralità all’ospite.

Una scelta di libertà: oltre gli schemi della ristorazione moderna

La decisione di abbandonare i percorsi obbligati non è un semplice vezzo stilistico, ma il risultato di una profonda maturazione intellettuale della chef Alice Caporicci. In un’epoca in cui il “fine dining” sembra spesso incastrato in rituali rigidi, La Cucina di San Pietro a Pettine sceglie la strada della sincerità.

«È il menù più sincero che abbiamo mai creato», spiega Alice Caporicci, sottolineando come questa formula sia nata dal confronto costante con tutto lo staff. Per la chef, la degustazione è un linguaggio che in questo momento non sente più suo:

«Come uno scrittore sceglie se scrivere un romanzo epistolare o una raccolta di racconti, così uno chef sceglie il proprio stile. Sento che la degustazione non mi appartiene più come metodo espressivo».

Il cliente al centro: meno esercizio di stile, più convivialità

SPP_9_FEB_006-300x450 La rivoluzione della Cucina di San Pietro a Pettine a TreviL’analisi che ha portato a questo cambiamento tocca un punto nevralgico della ristorazione contemporanea: il rischio che l’attenzione si sposti eccessivamente sulla critica o sull’ego dello chef, lasciando il cliente sullo sfondo. La nuova proposta di San Pietro a Pettine rompe le barriere tra antipasti, primi e secondi, eliminando le gerarchie classiche e permettendo a chi siede a tavola di comporre il proprio percorso in modo istintivo.

Questa visione si intreccia con l’accettazione di tre compromessi fondamentali che guidano il lavoro della chef:

  1. Il contesto: un territorio che parla con voce autorevole.

  2. I gusti dei clienti: la necessità di un dialogo reale con chi mangia.

  3. La concretezza del mestiere: una cucina che deve mantenere un’efficacia narrativa senza perdere di vista la sua funzione primaria.

Sostenibilità e territorio: il cuore pulsante di San Pietro a Pettine

Nonostante il cambio di formato, l’anima del ristorante resta saldamente ancorata ai valori che lo hanno reso un punto di riferimento in Umbria. La struttura poggia su un concetto di sostenibilità a 360 gradi: umana, economica e ambientale. La grande vetrata della sala principale non è solo un elemento architettonico, ma una finestra sul “magazzino” a cielo aperto della cucina: il bosco, l’uliveto e le preziose tartufaie.

Il legame con l’azienda di famiglia permette un approccio circolare unico. Gli scarti del tartufo tornano alla terra per la micorizzazione, mentre le potature delle querce alimentano il braciere. In sala, il servizio è affidato al Restaurant Manager e Sommelier Federico Foschi, che coordina un team giovane e competente, recentemente riconosciuto anche dalla prestigiosa guida Noi di Sala.

In questo scenario che affonda le radici nel Cinquecento, la proposta di Alice Caporicci si fa “calda e accogliente”, offrendo un lusso che oggi sembra raro: la libertà di scegliere senza costrizioni, celebrando la verità del sapore sopra ogni costruzione.