Il pastificio bio Girolomoni riscopre le tradizioni culinarie contadine delle Marche

Il pastificio bio Girolomoni riscopre le tradizioni culinarie contadine delle MarcheNelle Marche la vigilia di Natale un tempo veniva festeggiata con cibi poveri consumati davanti al camino. Il pastificio bio Girolomoni riscopre le antiche tradizioni delle campagne marchigiane, fra sapori autentici e convivialità. 

“Suppa sai cec” e “Stucfiss in salmì”: erano questi alcuni dei piatti tipici della vigilia di Natale secondo la tradizione marchigiana di metà Novecento. Piatti semplici e poveri, anche se ricchi di sapore. A riscoprirli è il pastificio biologico Girolomoni di Isola del Piano, che da sempre si è fatto promotore della cultura contadina e dei suoi valori.

È stata Maria Girolomoni, Presidente della Fondazione Girolomoni, a parlare con le nonne e le zie novantenni del paese, per farsi raccontare le vecchie ricette, che appaiono ai nostri occhi di una semplicità disarmante, ancora di più se paragonate al tripudio culinario della Vigilia ai giorni nostri. È vero che ancora oggi si mangia di magro, ma le nostre opulente tavole sono imbandite fino a scoppiare di ogni leccornia. Nella prima metà del secolo scorso invece le famiglie contadine erano molto povere: da mettere in tavola non c’era gran che, ma quando la famiglia intera si riuniva davanti al grande camino era un momento di gioia. 

C’era un gran movimènt: el nonn lucidèva le scarp vicin al camin, le donn curìven*”, racconta nonna Vela a Maria, con gli occhi che brillano. “El camìn era pin de tighèm e no monèi en stavèm tla pèll*”, dice zia Venusta, ricordando quando da bambini non stavano nella pelle in vista del Natale. 

I piatti erano semplici, perché il cibo si basava sugli ingredienti provenienti dalla terra, come verdure, legumi e cereali. La sera della Vigilia il primo piatto era la zuppa di ceci. Per prepararla, i legumi venivano tenuti in acqua per circa 24 ore e poi cotti sul fuoco insieme a rosmarino e aglio.
Come secondo, invece, il menù prevedeva lo stoccafisso in salmì, accompagnato da peperoni e alici.
Ai nostri tempi lo stoccafisso lo lasciavamo per alcuni giorni nel fosso, per tenerlo a bagno” – dice nonna Alma.
Poi veniva lessato, scolato e messo a scaglie in una pentola insieme a prezzemolo, il trito di acciughe, l’aglio, l’olio e i peperoni che erano stati messi via d’estate sotto vinacce e acqua.

“Già nel secondo dopo guerra la dieta sarebbe cambiata molto, divenendo più ricca di zuccheri e grassi. Nella prima metà del ‘900 invece nell’entroterra marchigiano i pasti delle feste erano molto semplici, la gente era povera ma riusciva a gioire dei momenti trascorsi insieme – racconta Maria Girolomoni, dopo aver raccolto i ricordi di Lisa, nonna Alma, Vela, zia Venusta e Marina, le anziane signore di Isola del Piano depositarie della cultura gastronomica di quei tempi. “Mentre mi raccontavano dell’infanzia che avevano trascorso, i loro occhi brillavano: la cena della Vigilia era gioiosa e autentica, perché preparata davanti al camino insieme a tutta la famiglia”.

Prima della guerra cosa mangiavano a Natale nelle campagne marchigiane?

Brodo di cappone con passatelli o quadrellini, a seguire lesso o cacciagione, in genere tordi.
Per concludere “el biscòttle sal vìn”, il ciambellone da “pucciare” nel vino.

 La cultura contadina è tanto importante per noi perché rappresenta le nostre radici ma anche perché rappresenta valori come la sobrietà, la solidarietà, il valore dell’amicizia e della parola data – prosegue Maria Girolomoni – La gente un tempo sapeva davvero condividere, se c’era un parente in difficoltà o un conoscente solo, erano i primi ad essere invitati.
Questo modo di sentire lo abbiamo respirato, fa parte del DNA ereditato, e queste meravigliose donne sono tra le ultime testimonianze di una dignitosa civiltà, di cui noi speriamo di essere degni eredi.
Ecco perché non me le sono lasciata scappare: ho voluto raccogliere e scrivere le loro usanze da bambine. E quale occasione migliore del Natale per ricordarle?”

È proprio ai sapori autentici e semplici di una volta, infatti, che si rifà la filosofia del pastificio Girolomoni: oggi come un tempo, sulle colline marchigiane i soci della Cooperativa coltivano i legumi e i cereali utilizzando il metodo biologico. Con i ceci di Girolomoni ad esempio possiamo provare a ricreare quei sapori antichi, preparando la “Suppa sai cec” raccontata da zia Vela. E chissà, magari vivere sulla nostra pelle un po’ di quella gioia autentica.  Per ulteriori informazioni: www.girolomoni.it 

*C’era un gran movimento: il nonno lucidava le scarpe vicino al camino, le donne erano affaccendate. Il camino era pieno di tegami e noi bambini non stavamo nella pelle dalla contentezza.

Gino Girolomoni Cooperativa Agricola 

La storia della Gino Girolomoni Cooperativa Agricola® inizia nel 1971, quando Gino Girolomoni, giovane sindaco del comune di Isola del Piano (PU), cominciò a promuovere iniziative volte a valorizzare e sostenere l’antica civiltà contadina. Queste prime esperienze furono alla base della nascita, nel 1977, della Cooperativa Alce Nero, di cui verrà ceduto il marchio circa 25 anni dopo, diventando Montebello®. In seguito alla scomparsa del suo fondatore, avvenuta nel marzo del 2012, il marchio Montebello® cede il passo al marchio Girolomoni®. Con i suoi 300 agricoltori, cinquanta dipendenti e con 12,5 milioni di fatturato (anno 2018), la cooperativa Gino Girolomoni ha contribuito in modo sostanziale allo sviluppo del biologico in Italia e rappresenta, oggi, uno dei punti di riferimento più importanti del panorama del biologico del nostro Paese. 

Fondazione Girolomoni
La Fondazione culturale che oggi prende il nome dal suo fondatore, Gino Girolomoni, è stata fondata nel 1996 con il nome di Fondazione Alce Nero.

Il suo scopo primario è la conservazione e l’archiviazione degli scritti, dei documenti e del patrimonio librario lasciati da Gino Girolomoni, nonché la divulgazione del suo pensiero, la prosecuzione degli eventi culturali da lui avviati e la valorizzazione dei luoghi in cui la vita e il paesaggio agrario, grazie a lui e alla moglie Tullia Romani, hanno ritrovato significato e potenzialità economiche.
La Fondazione ha sede presso il Monastero di Montebello, tra Urbino e Isola del Piano nella provincia di Pesaro-Urbino. 

By | 2019-12-21T13:04:24+00:00 Dicembre 2019|Food|