Il racconto di un viaggio nel tempo del vino

Il racconto di un viaggio nel tempo del vinoIl racconto di una degustazione particolare, un viaggio nel tempo, esordisce con la sua doverosa presentazione. Alessandro Torcoli, direttore di Civiltà del Bere, ha voluto narrare cinque decenni della storia del vino in Italia partendo dagli anni Sessanta sino agli anni Duemila.

Per ognuno ha scelto un’azienda e un vino simbolo emozionandoci con alcuni vini rari, quasi introvabili, ognuno rappresentativo del proprio decennio. Il pubblico selezionato è stato composto da una trentina di giornalisti, professionisti del settore ed appassionati. Hanno avuto la possibilità di assaggiare 5 gioielli, quasi introvabili, ognuno rappresentativo del proprio decennio. “Non è stato semplice selezionare 5 vini iconici senza tralasciarne qualcuno – ha spiegato Alessandro Torcoli – siamo però sicuri di aver scelto 5 etichette che hanno avuto un grande senso, ognuna per la sua epoca”. Ad affiancarlo e a presentare il contesto produttivo di ogni decennio Luciano Ferraro con la sua profonda cultura in merito.

Il racconto di un viaggio nel tempo del vino

Alessandro Torcoli e Luciano Ferraro (Credits endstart photo)

Il primo vino proposto è stato l’Amarone della Valpolicella Classico Superiore DOC 1967 di Bertani per gli anni Sessanta. A inquadrare storicamente le Cantine e i loro vini ci ha pensato Luciano Ferraro “A fine anni Sessanta, quando nacque l’Amarone Bertani, l’azienda veneta era già affermata nel mondo”. Era nata nel 1857 e i fratelli Giovan Battista e Gaetano Bertani della Valpantena avevano subito dimostrato grande lungimiranza acquisendo terreni nel Soave e nella zona di Bardolino. Poco dopo iniziarono a imbottigliare il vino. A inizio Novecento già esportavano negli Stati Uniti. Nel 1922 il Corriere della Sera pubblicò un articolo sulla cena di gala del Ristorante Carminati, durante la quale sarebbero stati serviti Soave e Valpolicella Bertani. Il tutto per 45 lire. Nel 1958 nacque l’idea di produrre un grande vino della Valpolicella che dimostrasse longevità scostandosi dalle mode del momento: l’Amarone, dal carattere forte ma di estrema eleganza. Questa filosofia si è mantenuta nel tempo e solo negli anni Ottanta arrivarono il riconoscimento e il successo. “In azienda esiste da sempre una cultura enologica molto alta – ha sostenuto Andrea Lonardi, direttore operativo Bertani Domains – quando si decise di creare l’Amarone si pensò solo di fare un grande vino che prima o poi sarebbe stato capito”. L’annata 1967, che abbiamo assaggiato durante la degustazione, è rimasta in botte di rovere di Slavonia per ben 18 anni prima di essere imbottigliata. “Al naso riconosciamo note di prugna secca, nocciola, tartufo nero, noce e un tocco di cioccolato, che qui però non è la nota principale come accade in genere per l’Amarone – ha spiegato Alessandro Torcoli, che si è occupato della descrizione organolettica delle bottiglie in degustazione – è un vino di grande complessità e profondità, che conserva immutato negli anni ancora il suo frutto”. Commentiamo lo straordinario colore rubino, dai riflessi granati senza alcuna unghia aranciata, l’assaggio ancora straordinariamente setoso. Emozionante !

Il racconto di un viaggio nel tempo del vino

A rappresentare gli anni Settanta la scelta è andata su un vino di Lungarotti Rubesco Vigna Monticchio Torgiano Rosso Riserva DOC 1974. Giorgio Lungarotti è stato l’uomo che ha contribuito, in particolare con questo vino a portare la vitivinicoltura dell’Umbria allo stesso livello delle altre grandi regioni italiane. “Lo stesso uomo che nel 1975 incontrò Mario Soldati – ha ricordato Luciano Ferraro – che allora esplorava la nostra Penisola. Dalla sua penna sarebbe nato di lì a poco Vino al Vino, libro ancora oggi fondamentale per comprendere il mondo del vino italiano”. Proprio in quegli anni Giorgio Lungarotti decise di dar vita a un vino importante come il Rubesco (dal latino rubescere, cioè arrossire), che fosse in grado di far emergere l’Umbria nel panorama nazionale vitivinicolo. Oggi le uve di Sangiovese al 70% e Canaiolo 30% del Rubesco fermentano in acciaio e il vino affina poi 2 anni tra botte e bottiglia. La Riserva arriva ora a 5 anni, una volta a 10. In degustazione il 1974 che porta lo stesso anno di fondazione della rivista Civiltà del bere. Per prima cosa troviamo il colore nel calice meno vivace del precedente. I profumi sono tanti e spaziano dal frutto presente ma che ha lasciato spazio alla freschezza data dalle erbe aromatiche, al chicco di caffè, tartufo nero, tabacco e pelliccia fra le note terziarie con anche una nota che ricorda il catrame. «Fa venire proprio in mente l’Umbria, cuore verde d’Italia – ha commenta Alessandro Torcoli. «E il carattere dei suoi abitanti”. In bocca conserva sapidità e mineralità, con una sensazione che ricorda la roccia, poi ferrosa, e una lunghezza che dura minuti. La sua complessità sia olfattiva che in bocca ci ha stupito molto piacevolmente.
Gli anni Ottanta hanno visto la degustazione del vino simbolo di Argiolas Turriga Isola dei Nuraghi IGT 2008, non essendo disponibili annate del decennio corrispondente. Il Turriga, terzo vino degustato, era nato nel 1988 per opera segreta di Giacomo Tachis, grazie a un accordo tra il produttore Franco Argiolas e Piero Antinori, della cui azienda l’enologo era allora direttore. Il contributo di Tachis alla Cantina sarda non si limita alla creazione del Turriga. Ancora oggi si lavora utilizzando le vasche di cemento da lui volute e la tecnologia in vigna, come le sonde che rilevano carenze idriche e prevengono lo stress delle piante dovuto alla siccità. Luciano Ferraro ha presentato una Sardegna dove si affacciavano le nuove generazioni per gestire le cantine, dove si riteneva che un calice di Cannonau al giorno rendesse centenari. Per l’etichetta Franco Argiolas scelse un’opera conservata al Museo di Cagliari. Il Turriga è un grande vino a base di Cannonau, Carignano, Bovale sardo, Malvasia nera, che rispecchia l’idea enologica di Tachis, perché coniuga la sua passione per il Mediterraneo con il concetto di eleganza, morbidezza e volume riassunti nel termine francese souplesse. Nel vino si sentono tutta la potenza e il calore del clima mediterraneo a cominciare dal colore più profondo dei precedenti. Al naso lampone, prugna molto matura, erbe aromatiche mediterranee come il rosmarino. In bocca ha il calore e la potenza ingentilite dalla mano sapiente di Tachis, con un tessuto morbido e un tannino maturo ben levigato.
Per gli anni Novanta abbiamo degustato il Solaia Toscana Igt 2006 di Marchesi Antinori, non essendo disponibili annate del decennio corrispondente. Alla Marchesi Antinori, dopo il grande rosso Tignanello, primo SuperTuscan dell’azienda a base soprattutto di Sangiovese, con anche Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc, Piero Antinori e Giacomo Tachis pensano di creare il suo contrario, cioè il Solaia. La storia tramanda che il Solaia sia nato da una vendemmia fortunata di Cabernet nella tenuta Tignanello, in un vigneto particolarmente vocato con esposizione a sud-ovest e ad un’altitudine di 400 metri. Le uve dell’annata 2006, infatti, sono a prevalenza Cabernet Sauvignon al 75% con Sangiovese 20% e Cabernet Franc 5%. L’etichetta del vino è ispirata dal biglietto da visita di Piero Antinori. Anche il Solaia, altro figlio di Tachis, segue i principi di eleganza, morbidezza e volume. Il colore granato aveva una lieve unghia aranciata. Nonostante abbia identità e carattere toscani grazie al Sangiovese, in bocca aveva ancora struttura, morbidezza e piacevolezza. Al naso sensazioni di tabacco, pelliccia, bosco e sottobosco, con note di mirtillo e frutto, nonostante i suoi 11 anni.

Il racconto di un viaggio nel tempo del vino

Chiudeva questa straordinaria degustazione Cometa Sicilia Igt 2010 di Planeta per gli anni Duemila. “Ci spostiamo, infine, in Sicilia. – ha concluso Luciano Ferraro – Da qui arriva l’unico bianco in degustazione che ha saputo tener testa ai quattro grandi rossi precedenti. Il Cometa era nato come un vino sperimentale, dal movimento di riscoperta dei vitigni autoctoni sull’isola iniziato da Diego Planeta. Proprio lui aveva voluto in Sicilia la consulenza di Giacomo Tachis, di Attilio Scienza dell’Università di Milano e del sociologo Giampaolo Fabris per capire come produrre vini che potessero piacere ai gusti degli italiani. Il Cometa è ancora oggi ottenuto dall’autoctono campano Fiano allevato in contrade siciliane ad altezze elevate. Sin dal millesimo 2000 è l’unico bianco che ha messo d’accordo tutte le Guide italiane e internazionali”. L’annata 2010 ha esordito con uno splendido colore dorato seguito al naso da note agrumate, soprattutto di pompelmo tipiche del Fiano, di zagara che riflette la Sicilia. E’ seguito da sensazioni d’idrocarburo con nota minerale. Al palato è prevalsa la nota sapida, accanto alla dolcezza e rotondità, con finale agrumato, a richiudere il cerchio.

 

di Giovanna Moldenhauer

By | 2020-03-15T17:18:11+01:00 Gennaio 2018|I luoghi del bere|