La Cannaiola non è più un mito

La tipica Cannaiola stava scomparendo sia come vino che come vitigno dal territorio intorno al lago di Bolsena.  Il comune di Marta, graziosa cittadina che si affaccia sul lago,  fece richiesta per avere la DOC coinvolgendo l’Università della Tuscia. Una docente sposò la causa per conoscere l’origine del vitigno e, dopo varie ricerche su alcuni terreni coltivati anni addietro e ora abbandonati dai contadini, accertò che la Cannaiola derivava dal vitigno canaiolo nero.

Simon De Brion, eletto Papa nel 1281 con nome di  Martino IV fu collocato nel Purgatorio da Dante per il peccato di gola condannato alla pena “di purgarsi per digiuno dalle anguille  di Bolsena e la vernaccia”, infatti Sua Santità era un grande estimatore di quel vino rosso fra il dolce e l’amaro, definito genericamente Vernaccia, così amato dai contadini locali.

Antonio Castelli in cantina

Abbiamo chiesto ad Antonio Castelli, titolare dell’omonima azienda agricola di Marta (Vt) di parlarci di come è avvenuta la riscoperta di questo leggendario vino:

« Sapendo che il vino era un vino medievale, approfondii le ricerche storiche per verificare la provenienza, costatando che era molto antico e che fu portando nella nostra zona da un monaco viandante. Impiantai questo vitigno, nel terreno coltivato precedentemente da mio padre, una superficie di un ettaro e mezzo. A questo punto il vitigno era stato ritrovato ma necessitava fare ulteriore ricerche per sapere come era il vino, soprattutto il reale sapore».

Ma come si può conoscere il gusto di un vino ormai scomparso?

«Fortunatamente nel mio vecchio ambiente di lavoro conobbi un enologo, che saputa la novità del vino e non conoscendolo si interessò al mio caso, spiegai le caratteristiche del vino ed essendo un vino dolce mi disse che i vini dolci non vengono più se non ci sono le attrezzature adatte. Quindi comprai una botte refrigerata e mi misi a fare delle interviste a tutti i vecchi del paese ultra ottantenni».

Cosa sperava di ottenere dagli anziani di Marta ?

« Un vecchio di novantatre anni che si ricordava come era realmente il prodotto di una volta, un prodotto che lui purtroppo non faceva più da venti anni perché non riusciva più ad vinificarlo come era all’origine. Avendo una botte in fermentazione lo pregai se veniva a fare gli assaggi in cantina, per svariate mattine lo andai a prendere a casa fino al momento in cui lui assaggiando il vino si fermò e disse che questo era il  sapore del vino Cannaiola. Non feci altro che telefonare al mio enologo che accorse per misurare i milligrammi di zuccheri contenuti nel mosto bloccando la fermentazione con la temperatura».

Questo procedimento Antonio Castelli lo continua a fare ancora oggi per tutte le  annate producendo con passione un vino, destinato all’oblio, la cui identità e storia meglio rappresentano il territorio.

 

Harry di Prisco

Per informazioni dettagliate  www.aziendagricolacastelli.it

 

 

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