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In Alto Adige tavola rotonda sull’impatto dei mutamenti climatici sulla viticoltura

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I vigneti dell’Alto Adige, forse, in futuro, potrebbero inerpicarsi ad altitudini maggiori di quelle attuali e vitigni fino ad oggi di casa in zone temperate dovranno trovar dimora in alte e più fresche vallate. La Valle Isarco, estremo nord della viticoltura italiana, potrebbe poi raddoppiare le sue aree vitate. In sintesi: nel futuro della viticoltura qualcosa dovrà senz’altro cambiare per affrontare stagioni impazzite, dominate ora da anticicloni che tolgono il respiro oppure da piogge continue nei momenti più delicati dello sviluppo vegetativo o ancora da pesanti sbalzi termici. Con la conseguenza, come minimo, di produzioni decimate come avvenuto nel 2012.

 

Il clima cambia e il viticoltore deve rapportarsi a un ciclo vegetativo della vite, a tempi di maturazione delle uve, a periodi di vendemmia che non sono più quelli di un tempo. Di questo tema si è dibattuto nei giorni scorsi presso la Sezione di Enologia del Centro di Sperimentazione di Laimburg nel corso della tavola rotonda Alto Adige, viti-enologia in evoluzione“. Hanno introdotto il dibattito Hans-Reiner Schultz, professore presso la nota Università tedesca di Geisenheim, e Gianni Fabrizio del Gambero Rosso.

 

Duplice è il fronte su cui intervenire: salvaguardare gli impianti oggi in produzione e ripensare a quelli del futuro. Michael Goess-Enzenberg di Manincor, forte anche della sue scelte biodinamiche, ha sottolineato come sia sempre più necessario lavorare con estremo rigore in vigna al fine di avere piante sane e resistenti che possano affrontare con più facilità momenti di stress climatico. Dal canto suo Franz Haas ha raccontato come nella sua gioventù si dovesse attendere novembre per raccogliere il Pinot Nero, mentre oggi già a settembre è tempo di vendemmia per questo vitigno. E per questo i nuovi impianti della sua azienda sono stati fatti ad altimetrie più elevate.

 

Poter salire in quota come pure poter contare su molte microzone climatiche diversissime tra di loro: questo è senz’altro un plus dell’Alto Adige del vino. “La sfida sta nella scelta del vitigno più adatto alla singola zona” ha osservato Gianni Fabrizio “ma bisognerebbe anche pensare a superselezioni dalle zone più adatte ed offrire vini con un alto potenziale d’invecchiamento”.

 

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La superficie coltivata a vigneto in Alto Adige interessa poco più di 5.300 ettari, per il 58% destinati a varietà a bacca bianca, in primis Pinot Grigio, Gewürztraminer, Pinot Bianco e Chardonnay, mentre tra i rossi spiccano la Schiava seguito dal Lagrein e dal Pinot Nero. La produzione annua di vino in Alto Adige è di 330.000 ettolitri di vino, 70% dei quali viene lavorata dalle cooperative, un altro 25% dall’associazione delle tenute vinicole e 5% dai vignaioli indipendenti.

 

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